venerdì 16 novembre 2012

Salvate il soldato Sc’vèik dai produttori furbetti

 Scritto da: Giovanni Corazzol mercoledì 5 ottobre 2011 9:30

 Istruzione per l’uso n.1: un foglio bianco, sia esso di computisteria o di Word, è e sarà sempre un foglio bianco da fissare con timore e deferenza. Quelli che ne sanno lo chiamano horror vacui. E a me fa paura fin vederlo scritto. Per ridurre al minimo la contemplazione di tale abisso, una delle possibilità è scrivere compulsivamente frasi secche e veloci, di significato pressoché nullo, ma che lordino la tetra visione, concretandola e quindi rendendola manipolabile. Così è di seguito.


 Istruzione per l’uso n.2: Jaroslav Hasek (1883-1923) ha scritto disordinatamente molte cose, tra cui un’opera incompiuta e immortale da tenersi sopra ogni comodino che si rispetti: Il buon soldato Sc’vèik (Feltrinelli, 1999). Hasek mi è caro per almeno altre due ragioni: la prima è l’aver fondato, e presentato alle elezioni del 1912, il Partito del progresso moderato nei limiti della legge. La seconda è l’essere stato direttore di una rivista di zoologia (Il mondo degli animali), inventando animali inesistenti e aggredendo ferocemente dalle stesse pagine della rivista, quei lettori che di quegli articoli contestavano correttezza e scientificità. Per tanto Hasek è fonte di ispirazione e imperituro modello. Per dettagli pregasi acquistare e divorare Praga magica di Angelo Maria Ripellino (Einaudi, 1973).

 Post zoologico: Accade. Niente di grave. Però. Compro in enoteca una bottiglia di vino di cui avevo sentito parlare spesso e bene. La porto ad una cena e fa la sua figura. Passa del tempo e mi ritrovo dalle parti dell’azienda che produce quel vino. Telefono e chiedo se posso passare. Correttezza e rispetto del tempo degli altri impongono di segnalare la natura di privato e la scarsa capacità di acquisto. Vengo comunque gentilmente accettato. In cambio garantisco che non farò troppe domande, non pretenderò accoglienze di alcun genere. L’Azienda è un nome conosciuto e importante, non è piccola, non è grande. Ottantamila bottiglie circaa di produzione annua e vini di pregio da cru prestigiosi. Arrivo, mi presento, vengo introdotto in una sala degustazione col suo bel tavolo di legno massiccio al centro e le sedie impagliate all’intorno. Cortesemente il produttore, lui stesso intendo, non un famiglio, mi fa assaggiare i suoi vini, risponde a qualche domandina buttata e quindi mi indica il listino prezzi. Lo contemplo. Mi sembran prezzi alti, ma non indugio oltre e compro sei bottiglie di quel vino lodato dalla vulgata, da critici affidabili, dalle guide. Un tripudio. Non ci si può sottrarre. Però. Però un tarlo rode per tutto il viaggio di rientro verso casa. Quel prezzo non me lo aspettavo. Mi sembrava meno caro quella volta in enoteca. Ho imparato a non fare affidamento sulla mia memoria, però qualcosa non torna. Rientro, ci dormo su e il giorno dopo senza indugio vado in quell’enoteca a controllare il prezzo. “Porcapaletta!” – dico – “lo zozzone mi ha fregato!”. In azienda il vino l’ho pagato sedici euri a bottiglia. In enoteca il prezzo è quattordici e sessanta. Il colpo è tale che per riprendermi mi tracanno due calici e mi compro una bottiglia lenitiva. Nel farlo cerco di darmi una spiegazione ragionevole e logica. Escluse, dopo la prima botta a caldo, tutte quelle variamente truffaldine la più accreditata rimane la preservazione di una filiera distributiva per cui il produttore, pur mantenendosi il diritto di vendere direttamente al pubblico, agisce però deliberatamente in modo economicamente non vantaggioso per il piccolo compratore. L’indole giustizialista mi indurrebbe a condannare questa scelta. Poi ricordo di ispirarmi al Partito del progresso moderato nei limiti della legge e mi chiedo se sia legittimo, se sia abitudine diffusa, se il sovraprezzo sia imputabile ai diciotto minuti trascorsi col produttore. Non mi rispondo e vado oltre. Resta il fastidio. Doveva avvisarmi. Conto sulla capacità di invecchiamento di quel vino e sulla mia scarsa capacità mnemonica. O dovrò bere un’ottima bottiglia maledicendo l’Arciduca Ferdinando o moccolando come l’Oste Palivec (citazioni sparse da Il buon soldato Sc’vèik). [Illustrazione di Josef Lada]

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