venerdì 16 novembre 2012

La differenza tra bevitore e critico di vino? Ce la spiega Daniele Cernilli

 Scritto da: Giovanni Corazzol giovedì 11 ottobre 2012 17:42

 Tra le cose che maggiormente qualificano il curriculum comunicazionista dei maître-à-penser nostrani (vinnici o no) c’è la capacità di definire e far assurgere a paradigma gesti di tipi umani metaforizzabili. Andrea Scanzi ad esempio ne ha fatto (e ne fa) una sua precisa cifra stilistica: “Si vive anche di rituali, se mangio male in Langa tendo a deprimermi. Quasi come quando guardo una volée agricola di Andreas Seppi” (pag. 85 il vino degli altri, Mondadori). Volée di Seppi uguale deprimente mollezza.
Usiamola semmai quando ci servirà. Sono rimasto ragionevolmente colpito da un vivace scambio di battute (lo scambio è spesso vivace) avvenuto recentemente sul post dal titolo “I Best Italian Wine Award visti da vicino. Molto vicino”. In un commento piccato Daniele Cernilli – giurato del premio che ha stabilito il miglior vino italiano dell’anno – ha voluto marcare il territorio e segnare la distinzione formale tra “bevitore” e “critico di vino”: “Sono bravissimo, lo so, come sono altrettanto bravi Gardini, Salama, Atkin, Gorgoni e tanti altri. Come lo sono Gianni Fabrizio, Eleonora Guerini, Ernesto Gentili, Fabio Rizzari, Marco Oreggia, Enzo Scivetti e tanti altri. Giudicare un vino è un fatto anche tecnico, non solo “rilassato”. Lei è un bevitore, e resti tale, non un critico di vino, che è un mestiere preciso, come quello di un enologo. Il vino lo considera in modo esclusivamente edonistico, io anche degustativo, è il mio mestiere. Così ho scoperto un sacco di vini, anche il Brunello di Soldera a suo tempo, anche il Fiano di Pietracupa o il Faro Palari. La frenesia dell’assaggio? E’ come dire che Jimi Hendrix suonava troppo velocemente. Ma che senso ha?” Dunque, cercando di non farsi troppo condizionare dal tono del commento che non credo varrà all’autore il premio simpatia al Best Italian Funny Comment Award, (premio concepito per favorire l’esportazione della simpatia italiana nel mondo) ciò che sembra necessario chiarire prima di procedere a qualsivoglia giudizio sull’enunciato cernilliano è la definizione dei tipi umani “bevitore” e “critico”. Chi sono costoro? In cosa differiscono tra loro? In che modo comunicano? Che diritti hanno di esprimere giudizi? Che peso attribuirvi? Chi è più credibile? Dilemmi. Roba da evocare lo spirito del professor Angelo Lombardi e del fido Andalù. Restando alla ratio del pensiero cernilliano dunque il bevitore sarebbe un soggetto alla ricerca del piacere nel vino, ha un approccio rilassato e pertanto non è nella condizione di esprimere un giudizio tecnico credibile. Il critico invece, nell’esercizio delle sue funzioni, non considera il vino quale strumento di piacere, ma come bene sopra cui svolgere un’analisi tecnica e professionale. Approccio che permette altresì di partecipare a degustazioni massive in batterie anche da 80-100 vini in un giorno e di offrire conseguentemente un giudizio comunque corretto, equo, misurabile. Approccio dionisiaco il bevitore, apollineo il critico. Attività dilettantistica quella del primo, professionale quella del secondo. Tutto qui? Non c’è nessun altro? il bevitore e il critico e nient’altro? il bevitore che si limita a credere fideisticamente alla scienza del critico e basta? E chi si occupa di stabilire chi è l’uno e chi è l’altro? Chi stabilisce le regole? Dove sta la giuria? Dilemmi. Roba da evocare lo spirito del giudice Santi-Licheri. Roba che quando leggo una critica tecnica ad un vino e assaggiandolo la trovo balzana mi deprimo quasi come quando guardo critici affermati gioire per la cinquantesima posizione guadagnata da un vino in un premio balzano. Sorbole.

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