venerdì 16 novembre 2012

Calabretta | L’ulivo e la vite ai piedi dell’Etna

Scritto da: Giovanni Corazzol sabato 7 gennaio 2012 10:53

Hanno ragione quei tali che insistono nel pretendere riconosciuta la matrice cristiana della nostra cultura. Hanno ragione in particolare quei talaltri che nel cattolicesimo rintracciano i segni caratterizzanti dei nostri comportamenti più istintivi e profondi. Tra questi la Colpa, che ci distingue chiaramente da altri popoli. E’ per senso di colpa che alla bella coinquilina concedo le mie ferie, acché si consumino nel luogo da cui l’ho
strappata: la bella terra di Sicilia. Ed è sempre per senso di colpa che ella mi ha voluto difendere dal familiare impegno invernale: la raccolta delle olive. Solo quest’anno abbiamo infine trovato il coraggio di confessarci ed affrontare a viso aperto i reciproci sensi di colpa. Ne è conseguito che sì, sono sceso in Sicilia anche per questo Natale, come per ognuno degli ultimi sei, ma a compensazione ho guadagnato il diritto di squassarmi le spalle, battendo col ligneddu le rame d’ulivo, tagliate col saracco da suo padre e dagli altri silenti massari sicani al suo servizio. Questi uomini poggiati sulle cime delle luare (ulivi) come fossero monaci guerrieri usciti da un film di Hang Lee, mi hanno sopra ogni altra cosa insegnato la fatica e poi il prezzo ridicolo della fatica. L’olio non fa diventare ricchi. Almeno non coloro i quali lo fanno con la scienza dei padri e la forza delle braccia. Mentre col mio ligneddu battevo le rame tagliate, facendo cadere dentro le reti stese a terra le piccole olive ottobbrariche e calabbrisi oppure le crasse cassanisi, timido alzavo lo sguardo per guardarmi attorno ed ammirare gli anfiteatri terrazzati colmi della terra nera dell’Etna, che qui è femmina in quanto montagna. Nel farlo mi chiedevo perché lì, sui monti Peloritani, issati alle spalle dei paesi che da Taormina si alternano in un’unica selvaggia colata di cemento fino a Messina, la viticoltura non fosse riuscita a convivere con la coltivazione dell’ulivo. Qui vino poco e nulla, poco più a nord, nel territorio del comune di Messina, si stende invece la DOC Faro; più a sud, a cingere l’Etna, l’omonima ampia denominazione. La strada che conduce al versante settentrionale dell’Etna è raggiungibile uscendo dall’autostrada a Fiumefreddo oppure a Giardini Naxos. La prima opzione conduce a Randazzo (la vostra Beaune etnea) passando da Linguaglossa e da lì, in sequenza, attraversando nomi che si fanno vieppiù familiari: Rovittello, Solicchiata, Passopisciaro. La seconda, sempre per raggiungere Randazzo, costeggia la valle dell’Alcantara facendovi passare da Castiglione di Sicilia, che da sola vale un detour. Della Sicilia mi fa incazzare terribilmente il contrasto tra splendore ed orrore e la puntuale necessità di attraversare l’orrore per raggiungere lo splendore. La Sicilia è per me terribilmente faticosa. Castiglione ad esempio è di una bellezza stordente, ma per guadagnarmela ho respinto il primo istinto di fuga e trattenuto il fastidio. L’Etna, quanto meno il versante settentrionale, è parimenti luogo da guadagnarsi. Si devono superare molti ostacoli per raggiungerlo, ma poi è miracoloso. E’ un giardino biblico, un orto persiano. La strada per Randazzo è anche una sequenza di splendide masserie abbandonate, magari con palmento, che inducono a fare pensieri immobiliari pericolosi. Siate cauti e se trovate l’affare chiamatemi. Sosta a Solicchiata al Cave Ox (pronunciatelo in inglese, boh) seguendo le tracce di Mauro Mattei. Consulto gli appunti e provo a contattare il produttore prescelto. Benanti e Passopisciaro sono aziende troppo grandi e/o importanti, i loro vini piuttosto noti, tutti eccellenti, non difficili da reperire. Frank Cornelissen l’ha raccontato bene appunto Mattei, lo si può trovare a Villa Favorita e inoltre non me lo posso permettere (quantomeno non il Magma). Tra i molti altri che avrei voluto visitare, nomi giustamente noti sono Girolamo Russo, Graci, i Vigneri di Salvo Foti, riconosciuto signore dei vini etnei, e Tenuta delle Terre Nere, giovane azienda assurta agli onori per l’Etna Rosso Le Vigne di Don Peppino Prefiloxera, un vino che dicono tanto buono quanto caro. Il tema dei prezzi qui al solito porterebbe lontano. Le oggettive difficoltà di produzione a parer mio non giustificano certe cifre. Forte il sospetto che a qualcuno sia scappata un po’ la mano. Il numero di telefono che digito è quello di Calabretta. “Sì, sì, venga pure, ci sono addirittura io”. Addirittura? La mia indotta conoscenza della lingua siciliana non riconosce questo “addirittura”, non riesco pertanto ad attribuirgli altro significato se non quello letterale, anche perché pronunciato con marcata inflessione genovese. Cerco nei testi al seguito e scopro così che la Famiglia Calabretta produce vini a Randazzo da più generazioni, ma che Massimiliano è in effetti genovese. Ed è infatti addirittura Massimiliano ad accogliermi. In piumino e infradito, segaligno, quarantino scarso, Massimiliano ha parlantina svelta, appassionata, tecnica, concede una generosa visita alla cantina proponendo un tour da lui definito educational. Massimiliano non aprirà bottiglie, farà assaggiare i suoi vini spillandoli dalla botte, e spiegherà, molto. Molto più di quanto riesca a registrare ed a trattenere in memoria. Orsù proviamo a riepilogare. Le prime due tappe del tour sono sui bianchi. Mario Soldati (sempre sia lodato) definì i vini bianchi dell’Etna decisamente migliori dei rossi. Con i primi due assaggi di Minnella e Carricante (solo acciaio) la tesi tenderebbe ad essere confermata. La Minnella (6,00 euro in cantina) è un inno alla bevibilità, naso lieve, in bocca è minerale senza far pensare prepotentemente al Vulcano, ha bella acidità, sembra il vino dell’estate, da ingollare gargarozzando. Il Carricante poi (8,00 euro in cantina) sgomita e annichilisce le belle sensazioni della Minnella, grazie ad una complessità emozionante. I profumi sono nettamente minerali, floreali di ginestra e frutta secca. Qui c’è sapidità ed acidità in abbondanza, ecco il vulcano. Un vino strepitoso che si confermerà nella bottiglia rapidamente stappata al ritorno a casa. L’Etna Rosato (credo sui 10 euro in cantina) da nerello mascalese e cappuccio, viene vinificato col sistema “Pista e Mutta” (pesta e spingi) che prevede una brevissima macerazione (poche ore). Fresco, accattivante, profumi di fragola, pronto anch’esso a farsi scolare a tutte le ore. Il tour si sposta ora sotto terra, dove è stato ricavato lo spazio per le botti in legno riservate ai rossi. E qui Soldati, debbo dire, trema. Massimiliano, nell’indicare tronfio piccole botti già acquistate da danesi, inglesi e norvegesi, decide di farci provare le differenze tra le contrade su cui si stendono i complessivi 13 ha di vigne. Tutti del 2010, assaggiamo innanzitutto l’Etna rosso da contrada Solicchiata, decisamente fruttato e debbo dire rispetto agli altri forse un po’ legnoso; segue quello da Passopisciaro, di grandissimo equilibrio, e infine il “Nonna Concetta”, la riserva dell’azienda dedicata alla moglie di Salvatore, nonno di Massimiliano, che, pur nel freddo invernale della cantina, stupisce per profumi e persistenza (assaggerò poi, nella vicina e bella trattoria San Giorgio il Drago, il raccomandato ed eccellente 2007). Quindi il buon Massimiliano spilla le creature a cui sembra giustamente tenere di più, che sente più sue, assieme forse alla Minnella. Un nerello cappuccio in purezza da dedicare al padre ed un pinot nero che debbo dire, tra tutti gli assaggi è stato, con il Carricante, quello per me più emozionante. “Se dovessi associarlo ad un pinot di Borgogna, quale appellation diresti?” mi chiede a bruciapelo. Impavido, rispondo. “Vosne-Romané”. “Così han detto anche altri” mi dice. Non mi scompongo, robetta per me. Il Pinot Nero, che entrerà in commercio con poche bottiglie in questo 2012, è un vino da seguire con molta attenzione. Ve l’ho detto. Il tour finisce, riempio il bagagliaio, saluto ringraziando. “Ulivo e vite qui convivono bene?” chiedo mentre gli stringo la mano. “Lo fanno da sempre”, risponde.

Tag: calabretta, carricante, etna, minnella, nerello cappuccio, Pinot nero, prima pagina, Randazzo, sicilia, vini bianchi dell'etna

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