venerdì 16 novembre 2012

Calabretta: io l’avevo detto | I vini del vulcano affascinano anche il New York Times

 Scritto da: Giovanni Corazzol martedì 6 marzo 2012 16:35

 Mi ritrovo ad occuparmi nuovamente dei vini di Calabretta. Ne avevo scritto a gennaio in un pezzo monumentale tanto per la denominazione che per l’olivicoltura messinese. L’occasione per ritornare sull’azienda di Randazzo è data da un articolo di Eric Asimov, noto wine critic del NY Times, che prima ha accarezzato il mio ego, e poi ha sollecitato il mio senso critico. Asimov premia l’Etna Rosso
del 2002 di Calabretta (evvai) valutandolo il migliore vino della denominazione in un panel di venti. Di seguito la top ten elencata in ordine di classifica: 1. Calabretta – Etna Rosso 2002 2. Tenuta delle Terre Nere – Santo Spirito 2009 3. Murgo – 2009 4. Tenuta delle Terre Nere – 2010 5. Tenuta di Fessina – il Musmeci 2008 6. Fattorie Romeo del Castello – Vigo 2008 7. Tenuta Scilio – Phiale 2009 8. Vini Biondi – Outis 2008 9. Frank Cornelissen – Munjebel 7 10. Tenuta di Fessina – Erse 2008 Non è dato sapere chi ci fosse dalla posizione undici a scendere, per cui limitiamoci quantomeno a notare la roboante assenza di Passopisciaro, I Vigneri e Benanti e la presenza di Murgo, unico tra i produttori citati con vigne a Milo sul versante orientale. Sconsiglierei ai malati di antiamericanismo enologico di prendere con sufficienza le considerazioni di Asimov. Lui ci è e tutto intero. E non solo perché nipote di quel commissario basettoni col cravattino autore della Trilogia della Fondazione (Mondadori, 2004). L’unico elemento su cui forse si dovrebbe chiedere conto ad Asimov è la distanza tra l’annata della bottiglia vincente e quelle delle altre. E’ pur vero che Calabretta oggi esce con il 2002, però sembra doveroso tener conto delle annate più recenti delle altre bottiglie assaggiate. Oltre alla classifica Asimov scrive un circostanziato articolo in cui illustra il territorio ed il contesto produttivo etneo. Snocciola senza farsi mancar nulla l’elenco di tòpoi che negli ultimi anni sono stati utilizzati per inquadrare questi vini: Borgogna, energia e soprattutto vulcano. Il tema del vulcano naturalmente affascina. Chi di noi ha avuto modo anche solo di passarci accanto non può negarne il magnetismo, l’incredibile forza che si indovina guardandolo. La vita che pullula alle sue pendici mentre in alto si immagina quale potenza distruttiva potrebbe scatenarsi è contrasto evidente, primo tra molti, e di immediata percezione. Il vulcano che modifica un territorio, che ne connota il paesaggio si presta facilmente ad essere idea da trasferire nel vino. E’ comune trovare riferimenti al vulcano quando si legge dei vini dell’Etna. Asimov stesso parla di vibrante energia, concetto che però mi sfugge se applicato a questi vini che continuano a sorprendermi al contrario per grazia ed eleganza. Non è infatti la potenza a contraddistinguere i vini rossi dell’Etna, che spiazzano spesso in degustazioni alla cieca, e disorientano il consumatore medio quando associa alla Sicilia solo vini di grande struttura e consistenza. E se il nerello mascalese con l’aiuto del suo amichetto nerello cappuccio genera questi vini, l’auspicio è che non si indulga in pratiche di cantina che provino ad imbrigliare il vulcano per metterlo nella bottiglia. Poi si ribella e sono guai.

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