Scritto da: Giovanni Corazzol mercoledì 14 settembre 2011 9:49
Scena prima: ho avuto il privilegio di partecipare ad una degustazione guidata da Sandro Sangiorgi. Oltre alla sapiente dialettica del guru porthosiano, di quella serata ho due nitide memorie: il Barbaresco Gallina di Neive 1998 di Bruno Giacosa ed una frase diretta come un pugno allo stomaco: “si beve il vino, non il produttore”.
Scena seconda: scarpe a punta con la fibbia, camicia aperta sotto il livello di sicurezza, musica energizzante. In sala, gli agenti di una giovane e dinamica azienda che distribuisce vini, sul palco l’imbonitore pettoruto che enfatizza, premia l’agente del mese, esalta il rivoluzionario
metodo di vendita. Non ci trovo nulla di sbagliato, si tratta di affari e lavoro, solo non è roba mia, sono a disagio. Lo segnalo all’amico che mi ci ha portato con la promessa di un assaggio prestigioso: il Fidèle di Bertrand Gautherot (Domaine Vouette-Sorbèe): solo pinot nero, davvero potente e selvaggio. Gautherot sale sul palco con un panama in testa. Ha gli occhi lunghi e sottili di Reinhard Heydrich. non ne ha la prestanza, né le inclinazioni omicide, ma gli somiglia davvero. Un po’ imbarazzato manovra una presentazione 2.0, poi si scioglie, racconta del suo modo di fare vino, della terra, dell’uomo. Parla bene. Accade poi che mi ci facciano sedere accanto durante il pranzo. Vengo squartato dagli agenti, quelli veri, che prima mi annusano affamati come squali e poi mi addentano. Mi scappa una frase di fuga rivolta a Gautherot, detta incoscientemente mentre affogo nella schiuma rossa del mio sangue: “Ho bevuto ottimi vini in compagnia di gente sgradevole e li ho trovati solo buoni, ho bevuto vini discreti con amici cari e li ho trovati stupefacenti”. “Voilà!”, mi dice convinto.
Terza scena: sono a Gattinara. Il motivo appalesa la mia vera natura, preoccupa la moglie, schifa le figlie. A Gattinara c’è una gara di carrettini: tavole di legno con ruotine o meglio cuscinetti a sfera. Non è l’unico modo con cui pratico forme di accanimento terapeutico al mio io infantile. In questo caso faccio centinaia di chilometri col mio amico più caro ed un carrettino fucsia nel bagagliaio. Ci lanceremo da sotto la torre lungo un percorso volutamente pericoloso. Da lì, contro molti, vorrò vincere una gara senza premio e godermi un pomeriggio nostalgico. Pateticamente nostalgico; in puro stile anima mia.
Non sarà l’unica cosa da fare a Gattinara. Andremo anche da Mauro Franchino. Superato il grande portone della casa in mattoni, che si affaccia sulla spoglia Piazza Castello, vedrò la corte contadina con i trattori logori e gli attrezzi del mestiere sporchi di terra. Salite le scale di casa, vedrò la signora corvina mescolare in un bianco tegame smaltato. “Mauro adesso arriva, e’ in vigna. Volete un bicchiere di vino?”. Sì, lo voglio. Voglio bere quel vino, annusare il buon sugo e accantonare la vergogna per la retorica dolciastra con cui descrivo questo mondo familiare, contadino e sacro. E così non so più dire se il vino di Franchino mi piace così tanto perché è un Gattinara dritto (fa solo cemento), nerboruto, profumato (il 2004, sottovalutato, comincia a sviluppare terziari) oppure perché sono lì col mio amico più caro, in un luogo vero con delle persone franche che mi inducono una forma di affetto laico e pudico che mi commuove. Così devo ammettere d’esserci caduto di nuovo, mi sono invaghito infantilmente del produttore al punto da sovrapporlo al vino, confondere la mia capacità di giudizio ed esaltare quindi più l’apparenza che la sostanza. Purtroppo non ce la faccio, non sono ancora pronto per distinguere. Così prima di andare, apro una bottiglia col mio amico e me lo bevo. Non il vino, ma lui, Franchino, e con lui pure il mio amico. Fino all’ultima goccia. Poi un giorno diventerò adulto anch’io. Metterò via il carrettino fucsia e imparerò a giocare a bridge.
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